Editoriale: la politica bene comune della città

Nei giorni scorsi abbiamo assistito al rito parlamentare che ha portato alla rielezione del presidente Mattarella a capo dello Stato.

Come non mai, questa elezione è stata seguita, amplificata, discussa e valutata. Abbiamo messo in campo tutti i mezzi di comunicazione sociale, dai giornali della carta stampata all’online per vivere il picco di intensità attraverso i social network.

Tutti hanno detto la loro, tutti hanno espresso la propria condiscendenza o la propria lontananza dall’evento, marcando l’affanno del sistema politico odierno rispetto alle sfide che l’attende.

Nelle riflessioni di chiunque, e ormai per qualsiasi situazione, la politica viene chiamata in causa come il “male” dei nostri tempi, come il problema principale delle cose che non funzionano.

Credo che questo modo di continuare a vedere la politica e il suo esprimersi sia semplicistico, scarica altrove le responsabilità che ognuno di noi ha di fronte al funzionamento del governo della città.

Mi rendo conto che il  tema del governo della polis sia un tema complesso, che richiede riflessioni più approfondite e precise. Vorrei però proporvi una riflessione affinché ogni cittadina e cittadino si possa ragionare su come e quando sia necessario assumersi le proprie responsabilità politiche.

Aristotele diceva che il fine della politica è il “sommo bene propriamente detto” per proseguire poi: «Il bene infatti è amabile anche nella dimensione dell’individuo singolo, ma è più bello e più divino quando concerne un popolo o delle città»[1]. In questo senso la politica è occuparsi del bene del popolo e della comunità.

Nella società di oggi dove prevale l’individuo con le sue istanze è sicuramente più difficile pensare alla comunità nel suo insieme. L’individuo spesso prevale a discapito della comunità. Cosicché Il pensiero comune è che affinché la comunità stia bene è necessario far star bene l’individuo. Il rischio, però, di questo modo di pensare è che l’individuo incarna la collettività per cui: ciò che l’individuo esprime è automaticamente espressione della comunità stessa. Credo che questo sia il vissuto, fine e inconsapevole, che la nostra società di oggi rappresenta nel suo esprimersi e nel suo comportarsi.

Il punto è che la comunità non è il singolo individuo e nemmeno la somma dei singoli indivudi (per cui prevale la maggioranza rispetto alla minoranza), ma è più della somma delle parti. La comunità è altro rispetto al singolo, il bene della città è altro rispetto al bene del singolo.

Per cui il bene comune è ciò che deve essere ricercato e governato da tutta la città: sia da chi la governa e sia da chi sceglie coloro che la governano.

[1] Mancuso, Vito. I quattro maestri (Italian Edition) . Garzanti. Edizione del Kindle.

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