Poniamoci una domanda!

Poci ponci popopo” .. “Poci ponci popopo” .. si, ve lo ricordate questo motivetto, lo so.

Anche se è trascorso del tempo dalla campagna promozionale del più “munifico” dei Gratta & Vinci, il ritornello fa ancora il suo dovere.

Non deve stupire, per un volume di affari che fa arrossire una finanziaria, un bravo regista si può ingaggiare: è un investimento. Un buon investimento, perché al venditore non basta più la visibilità, gli occorre persuadere, ingenerare un bisogno e promettere di soddisfarlo. E’ una partita a scacchi, dove nulla può essere lasciato al caso, tra creativo e potenziali acquirenti.

“Ti piace vincere facile?”, “Sogna, gratta e vinci!”, “Turista per sempre!”, slogan studiati da gelide intelligenze che fanno pieno centro, accompagnati da dettagli accurati e concept accattivanti. Parrebbe davvero che l’acquisto ci garantisca un’esperienza intensa, emozionante, divertente e innocua. Il set che ci mettono davanti però, è così artificialmente illuminato, che anche al direttore della fotografia più scrupoloso può sfuggire qualche linea d’ombra, ed è esattamente lì, che fioriscono delle domande. Per esempio, questa: ma si vince davvero così facilmente?

No.

Forse, inebriati dalle atmosfere latino-americane dal quale proviene l’ipnotico riff, gli autori hanno considerato, trascurabile, informarci del fatto che ci sono più probabilità di essere uccisi da un meteorite spaziale vagante, piuttosto che pescare su il biglietto vincente.

“Stare lì a sottilizzare su questo dettaglio, può essere poi così rilevante?!” Immagino si saranno chiesti… e, a quanto pare, non lo è.

Già, i coupon da sfregare, che custodiscono sotto la patina d’orata il ghiotto bottino, esercitano un fascino inscalfìbile: nonostante le reali probabilità di vincita, nonostante divieti di pubblicizzazione, la pandemia, le misure di sicurezza straordinarie, chiusure, coprifuoco, nel 2021, hanno così sapientemente stregato gli italiani, tanto da indurli a spendere più di 13 miliardi per il loro acquisto.

Dea bendata mon amour, quindi, o c’è qualcos’altro?

“La seconda che hai detto!” direbbe il leggendario personaggio di Guzzanti, Quelo.

L’aumento vertiginoso dell’azzardo è la cartina al tornasole del crack economico di una nazione: quando non si arriva a fine mese con lo stipendio, o non si vedono prospettive di miglioramento, o si è giovani eternamente condannati nel limbo della flessibile precarietà o anziani con una pensione indecorosa, si coltiva la speranza nel colpo di fortuna.

Ipse dixit, M. Friedman e J. Savage, con la loro “curva della funzione di utilità” teorizzavano esattamente questo: una persona è più propensa al rischio del proprio denaro, quanto meno ne possiede.

E così, monetina dopo monetina, si può finire ingoiati in un abisso di indebitamento, divorzi, ansia, depressione, insonnia, abuso di sostanze, problemi digestivi, problemi cardiaci, tentativi di suicidio, chiamato: Gioco d’Azzardo Patologico (GAP).

Secondo Consulcesi Onlus, i giocatori problematico/patologici in Italia, sarebbero oltre 1,3 milioni, di cui solo 12 mila in cura. Una di questi è Francesca F., che tre anni dopo l’esplosione emozionante di mille jackpot sulla sua slot, si ritrovò sola, con la testa stretta tra le mani nella sua automobile, dopo aver collegato un’estremità di un tubo alla marmitta e l’altra nell’abitacolo.

Oggi Francesca F. è una testimonial, racconta la sua caduta e il suo scacco all’azzardo che gli ha restituito la vita. Perché si può guarire con l’aiuto di specialisti.

Ma.. al tempo! Torri, cavalli e alfieri sono ancora da posizionare, manca all’appello un ultimo elemento da considerare: secondo il prof. Fiasco – consulente Consulta nazionale delle fondazioni e associazioni antiusura – “il vizio delle scommesse dirotta 20 miliardi dall’economia reale e brucia 70 milioni di ore di lavoro. Risorse preziose sottratte anche alle famiglie”.

Gli effetti collaterali del gioco produrrebbero anche un vero e proprio ictus finanziario, quindi.

Pertanto, adesso che anche Regina e Re, sono nelle loro case e la scacchiera è completa – prima di cominciare la partita – poniamoci una domanda:

se, i 2,7 miliardi di euro spesi dallo Stato Italiano per la cura dei malati di gioco patologico del 2018, diventeranno 46 miliardi come ipotizza lo studio di Italian Health Policy Brief; se l’impatto sociale si traduce in povertà, debiti, solitudine, disintegrazione delle relazioni, aumento della criminalità; se per le famiglie significa crisi, divisioni e devastazione. Se perfino per l’economia l’azzardo è un ostacolo alla fuoriuscita della crisi…

chi è l’unico a vincere a questo “gioco”?

di Alessandro Stirpe

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