Il 1° agosto 2025 è la data stabilita per l’entrata in vigore di un accordo tra Stati Uniti e Unione Europea: Washington impone un dazio generale del 15% sulle merci UE, senza che vi sia un dazio equivalente sui prodotti americani importati in Europa. Questo accordo è stato formalizzato durante un incontro tra Ursula von der Leyen e Donald Trump in Scozia.
Il dazio copre settori strategici come l’automotive, i prodotti farmaceutici, l’agroalimentare e i semiconduttori, con alcune esenzioni selettive (aviazione, chip critici, materie prime).
Nell’ambito della politica protezionistica della seconda presidenza Trump, i dazi medi americani sulle importazioni globali sono cresciuti dal 2,3% all’8,8% da aprile 2025; per l’UE l’aliquota media è salita dall’1,3% al 6,7%. Per l’Italia in particolare il dazio medio UE‑→ USA è già arrivato all’8%, superando la media europea (Germania ~11%, Francia ~6,4%).
Impatto sull’Europa e sull’Italia
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PIL europeo: secondo Goldman Sachs, dazi del 15% determinerebbero un rallentamento di circa 0,1% della crescita UE, che salirebbe allo 0,4% in caso di dazi al 30%
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Italia: Confindustria stima una perdita fino allo 0,8% del PIL nel 2027 (0,25% nel 2025, 0,59% nel 2026), se i dazi rimangono al 30% senza contromisure EY presenta uno scenario più pessimista, con –1,4% di crescita cumulata 2025–2026, azzerando le attese positive dell’Istat
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Settori colpiti: meccanica, farmaceutico, auto, vino, formaggi (incluso il parmigiano), olio, cosmetica e beni di lusso sono tra i più esposti
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Dollaro debole come dazio implicito: il deprezzamento dell’euro di circa il 13% rispetto al dollaro ha già aumentato i costi degli export europei del 21% per l’Italia rispetto al pre‑Trump, rappresentando un “dazio implicito” aggiuntivo
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Impatto sui consumatori europei: gli studi indicano un effetto inflattivo modesto e temporaneo: +0,3% secondo Goldman Sachs, fino a +0,5% secondo Lagarde, ma l’impatto sulla crescita sarebbe più duraturo e negativo
L’accordo sui dazi del 15% rappresenta una stabilizzazione temporanea, ma con un impatto tutt’altro che trascurabile.
Il compromesso raggiunto con l’UE frena una potenziale spirale di escalation, ma impone costi concreti all’economia europea e, più ancora, all’export italiano.
Consumatori statunitensi possono trarre vantaggio dalla maggiore produzione interna nel breve termine, mentre per l’Europa la sfida è ora prepararsi con misure efficaci, diversificazione e rinnovamento industriale.
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