Quando teniamo in mano lo smartphone, spesso è come avere una finestra sul mondo ma anche – inconsapevolmente – su noi stessi. Ogni app che installiamo, ogni autorizzazione che concediamo al microfono, alla fotocamera o alla posizione, può trasformare il telefono in un osservatore silenzioso delle nostre abitudini. Lo fanno le app di navigazione con il GPS, quelle di social media che accedono alla fotocamera, o anche semplici giochini che raccolgono dati dai sensori come giroscopio e accelerometro – i quali, seppur apparentemente innocui, possono contribuire a ricostruire parte della nostra routine.
Gli italiani sono sempre più consapevoli della questione privacy, ma la diffidenza spesso non corrisponde a una reale comprensione: solo un italiano su dieci è convinto che i produttori proteggano efficacemente i suoi dati personali, e un terzo accetta i permessi preimpostati senza leggere davvero cosa implica. Questo vuol dire che rischiamo di essere tracciati anche solo installando app apparentemente innocue.
Ci sono poi minacce più sofisticate: nel 2025 ha fatto scalpore lo spyware chiamato Graphite, che ha infettato alcuni dispositivi attraverso vulnerabilità in WhatsApp, sfruttando l’inclusione in un gruppo e l’apertura di un PDF. Senza alcun clic da parte dell’utente, è stato possibile accedere a chat, immagini, posizione e altro ancora. Per la maggior parte delle famiglie, però, attacchi così mirati sono rivolti a obiettivi specifici: non siamo tutti sotto attacco, ma l’idea che ci sia questa possibilità induce a riflettere su quanto siamo preparati.
Inoltre, è importante distinguere tra il controllo legittimo – come quello dei genitori sui telefoni dei figli minori – e lo spionaggio illegale. I genitori possono verificare le attività dei figli solo in casi di “effettiva necessità”, come pericolo reale o comportamenti sospetti, non come pratica di sorveglianza costante. Letture non autorizzate delle chat di un adulto, o l’installazione di app di tracciamento senza consenso, costituiscono reato secondo la legge.
È fondamentale però non cadere nei falsi miti. Alcune teorie sostengono che il telefono ascolti costantemente tramite il microfono o la fotocamera per poi mostrarci pubblicità “personalizzate” istantaneamente: nella realtà, queste pratiche non sono diffuse a tappeto e richiedono il consenso esplicito dell’utente. Non esistono evidenze di un accesso generalizzato senza che l’utente sappia nulla – anche se, in casi straordinari, vulnerabilità specifiche possono essere sfruttate.
Tuttavia, la tecnologia ci offre anche strumenti positivi: app per il parental control permettono ai genitori di impostare regole, limiti temporali, filtri e geolocalizzazione. Ma anche questi strumenti vanno usati con equilibrio, trasparenza e solo se necessario — perché un controllo troppo invadente può minare la fiducia familiare.
Suggerimenti pratici per proteggere la tua famiglia senza rinunciare ai benefici dello smartphone
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Controlla le autorizzazioni delle app: disattiva microfono, fotocamera, localizzazione quando non sono strettamente necessarie.
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Installa solo app da fonti affidabili (Play Store, App Store), evita APK o store poco conosciuti.
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Aggiorna il sistema operativo e le app regolarmente: questo corregge le vulnerabilità note.
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Abilita le impostazioni di sicurezza di WhatsApp impostando “i miei contatti” per l’aggiunta ai gruppi, riducendo il rischio di attacchi invisibili.
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Utilizza app di parental control in modo responsabile: dialogo e regole condivise sono preferibili a strumenti intrusivi.
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Diffida delle fake news sul microfono sempre attivo: la pubblicità mirata deriva soprattutto dalla profilazione dei dati, non dall’ascolto diretto.
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Educa genitori e figli a un uso consapevole: spiegare perché certe autorizzazioni vengono chieste aiuta a creare una cultura digitale responsabile.
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In caso di dubbio su accessi non riconosciuti, rivolgiti a esperti informatici o al Garante Privacy nazionale.
Con queste precauzioni, lo smartphone può restare un utile strumento quotidiano, senza diventare un occhio indiscreto.
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